domenica 6 ottobre 2013

Pensiero del giorno

E' di qualche mese fa la frase di George Baselitz riportata su di un articolo su La lettura di oggi: "Le donne non sanno dipingere, non sono mai state brave. Lo provano test di mercato." 
Può essere vero, così come nel caso dei maschi; certamente sua madre è stata incapace di fare un figlio che potesse dirsi artista. Nonostante il mercato.

domenica 22 settembre 2013

Non si scrive sui muri!


Ma come non essere d'accordo quando un muro all'improvviso ti parla così.
Pubblico la foto pensando a quanti convivono con l'incertezza e la certezza, ormai, che le loro idee e progetti siano superflui; a quanti non sanno cosa sono le ferie perché non ne hanno diritto e se si ammalano è perché sono inefficienti; a quanti sentono il peso di chi giudica la loro precarietà come indice di fallimento e sconfitta.
A questo writer va il nostro sentito grazie.

domenica 15 settembre 2013

When Attitudes Become Form: Bern 1969/ Venice 2013

L'operazione che la Fondazione Prada ha fatto nel riproporre la storica esposizione di Berna è lodevole e interessante, per quanto pecchi di numerose lacune. Molte installazioni non sono presenti ed ha un effetto straniante vedere le professionali guide illustrare l'assenza di un oggetto evocato dalla foto al margine dell'area ad esso destinata.
Sono installazioni storiche ormai superate in provocazione, verso le quali i nostri occhi non restano più sorpresi, piuttosto si possono incrociare gli sguardi perplessi dei visitatori d'oggi, il che dimostra la loro distanza, ma non mi hanno lasciato indifferente alcune scelte espositive. Il palazzo Cà Corner della Regina è ancora in attesa di un restauro definitivo, ma questo non toglie che il vedere il tubo di ferro di una scultura puntato contro una parete di stucchi, sebbene in attesa di restauro, mi crei un male fisico. Capisco la necessità di essere didascalici nell'esporre le opere così com'erano disposte a Berna ricostruendo il percorso espositivo del 1969,  ma non capisco perchè farlo a discapito del luogo attuale, lasciando intravvedere un certo atteggiamento irrispettoso per opere molto più antiche. Lo stesso dicasi per i faretti addossati agli affreschi per illuminare l'Igloo di Mario Merz, cui va il mio massimo rispetto.
Volontario o meno, il confronto fra l'antico che emerge fra i rivestimenti che ricostruiscono gli spazi di Berna, e le installazioni, sembra avere la funzione di dare 'respiro' al visitatore che può riposare gli occhi sui soffitti decorati e affrescati, sulle travi e sui saloni. L'ironia fa capolino quando una persona a caso, in un disimpegno di passaggio fra una sala e l'altra si sofferma ad ammirare una centina d'arco scoperta, non è un'opera della mostra ma alcuni visitatori della sala precedente, pensando di essersi persi una sezione della mostra, accorrono a vedere anche loro quell'opera di carpenteria. Delusi che non lo sia se ne vanno subito verso labili strutture scomposte. Non si può non pensare alla scena finale del film 'Le vacanze intelligenti'.
All'interno non è possibile fotografare, d'altra parte sul sito c'è una documentazione esaustiva, ciò però non vieta che alcuni visitatori armati di telefoni aggiornati non facessero qualche scatto. Altra prova del fatto che spesso le regole dipendono dai punti di vista e a volte non sono uguali per tutti.
Morale del giorno: con il termine arte spesso si giustificano l'eccesso gratuito di personalità egocentriche. Un atteggiamento critico verso ciò che ci circonda e noi stessi, il cambiare ogni tanto punto di vista, ci permette di scoprire dettagli che ci raccontano storie più ricche, piuttosto che guardare passivamente quello che ci viene offerto come arte.    

sabato 31 agosto 2013

Manet a Venezia

Il 13 Settembre 1874 a Venezia, lo ricorda la Gazzetta Veneta del giorno dopo, ci fu un grande temporale estivo con lampi e tuoni. Fu l'atmosfera questa che accolse l'arrivo in città di Eduard Manet.
La stessa che, fatte le debite proporzioni, ha accolto me il 14 agosto. Una pioggia incessante ha accompagnato la passeggiata e la visita alla mostra, con sottofondo di tuoni, scrosci d'acqua, fulmine e spegnimento improvviso della luce sul finale. La mostra 'Manet. Ritorno a Venezia' indaga l'influenza che i due viaggi in città ebbero sulla sua produzione. L'ambientazione atmosferica si è dimostrata ideale.
Con queste suggestioni 'climatiche' davanti a 'Il balcone' si può intuire il motivo per il quale Berthe Morisot sia così definita rispetto agli altri due personaggi, Fanny Claus e il pittore Antoine Guillemet, come se l'atmosfera e la distanza fra loro e il pittore sia atmosferica oltre che emotiva. Fra loro non c'è relazione, ognuno è concentrato sui propri pensieri e solo alcuni elementi accessori sono degni di definizione.
Altra distanza ne 'Il pifferaio'. Mi colpisce l'ombra sulla mano. E' un ombra netta, quindi solare. Lo sfondo neutro che tanto aveva stupito all'epoca mi suggerisce un'altra riflessione. E' l'ipotesi, del tutto personale, che il ritratto sia di derivazione fotografica. Non sarebbe da escludere visto che altri quadri di Manet, di soggetto spagnolo, sono stati tratti da fotografie. L'atmosfera temporaneamente autunnale all'esterno, la luce perfetta, i pochi visitatori, e l'osservazione della Venere di Tiziano dispongono a dialoghi intimi con le tele ritrovando un po' di quiete dalla tempesta.
Distanze e atmosfere.
Esco dal Palazzo Ducale incontro alla pioggia della quale presto sarò bersaglio mobile, mentre l'angelo guarda verso il mare cercando di fermare il temporale.
Una città umida e fredda insieme, dove gli ostacoli al movimento e la fatica elevano lo spirito disponendolo ad uno stato di arrendevolezza e fatalismo, che sembra voglia lavare dagli affanni senza riuscire a purificare, tante sono le scalfiture ormai collezionate; fino al momento in cui ti confondi con lo spazio e l'atmosfera che ti circonda, un po' come accade ne 'Il balcone': pochi i dettagli definiti e a volte nemmeno te stesso. Non c'è altra scelta che camminare allora incontro ai quotidiani ostacoli alla definizione di sè.

lunedì 3 giugno 2013

Azerbaijan Pavilion

Il titolo 'Ornamentation' rimanda ad una cultura che comunica la propria identità attraverso la decorazione, Nel padiglione tale propensione alle arti decorative viene rivisitata da alcuni artisti che riflettono sulla loro tradizione e sulle sue forme consolidate nel tempo. All'ingresso si entra direttamente in un ambiente interamente rivestito di tessuto che riprende i disegni dei tappeti tradizionali secondo un ottica vicina al design contemporaneo. 

Riconosco la poesia dell'ornamento che nasce dal caos. Ma è caos? No, solo apparente. 
'It is not chaos' è la prima delle installazioni di Rashad Alakbarov il quale attraverso la disposizione di oggetti davanti ad una fonte di luce crea  immagini di bellezza in grado di entrare in empatia con l'osservatore. Attraverso la luce che attraversa un groviglio di aste appaiono immagini tipiche fra le quali quel tipo di decorazione tradizionale chiamata 'shebeke'. C'è sicuramente qualcosa che mi è familiare in queste immagini non solo per le mie ricerche geometriche, ma anche perché mi ricordano, ad esempio, i grafismi metallici di Dmitri Gutov e prima ancora alle sperimentazioni di J.F. Niceron.  

Cambiare per un po' il proprio punto di vista, vedere attraverso lo sguardo di un'altra cultura e la sua storia. Se questo è uno dei più alti obiettivi che ha una mostra, nel padiglione dell'Azerbaijan è perfettamente centrato.

domenica 5 maggio 2013

Jean François Niceron. Prospettiva, catottrica & magia artificiale

Jean François Niceron (1613-1646), Padre minimo francese, è una figura 'curiosa'. L'aggettivo non è a caso perché fu soprattutto un matematico e un prospettico che elaborò e conferì corpus teorico all'ottica ed in particolare alle sue illusioni.


La sua produzione scientifica è raccolta in due libri La perspective curieuse (1638) e il Thaumaturgus Opticus (1648) pubblicato postumo, nei quali sono raccolti i suoi studi relativi all'ottica intesa come luogo misterioso nel quale è depositato un codice segreto della presenza divina. Questa ricerca si esplica attraverso esperienze pittoriche come le prospettive accellerate la cui visione corretta si ha da un solo punto di vista, che hanno al contempo una dimensione ludica e filosofica. Tale 'disposizione d'animo' è riscontrabile in tutta la sua produzione scientifica pur senza inficiare il valore dei suoi studi.
L'occasione per scoprire Niceron è una piccola quanto completa mostra che si sta svolgendo allo IUAV nella sede di Santa Marta dal titolo 'Jean François Niceron. Prospettiva, catottrica & magia artificiale' a cura di Agostino De Rosa e Imago rerum, dove viene illustrato con rigore e dovizia di particolari il contenuto dei libri di Niceron anche attraverso le ricostruzioni delle sue macchine prospettiche. Fra queste sono di particolare suggestione le anamorfosi sia cilindriche che spaziali, le prospettive coniche, la diottrica e il suo cannocchiale che ricompone un'immagine scomposta, vero e proprio anagramma d'immagini.






L'esperienza di Niceron e con lui di Maignan, seppur espressa in un tempo brevissimo, ha influenzato l'arte e l'architettura della Roma del '600, fino a scorgerne riferimenti nell'arte dadaista e concettuale. Sarà un caso infatti che proprio Duchamp individuò un gioco di parole nel nome del nostro: Nice R On tradotto come 'una simpatica arte in azione'.